Tra strategie occulte e Africa contesa: il ruolo di Israele nelle crisi regionali.
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Ancora nel 2008, in una conferenza sul Darfur presso l'Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv, l'ex capo dello Shin Bet ed ex ministro della sicurezza interna Avi Ditcher dichiarò che Israele aveva dovuto agire per "indebolire il Sudan e togliere forza alle iniziative che puntavano a costruire uno Stato forte ed unito", oltre che "generato, ed aggravato, la crisi del Darfur per impedire che il Sudan sviluppasse le proprie potenzialità".
Non vi è nulla di nuovo in ciò che scrivo: al contrario, sono ormai fatti tanti chiari che di fatto solo i più ingenui, del tutto estranei a certe materie, potrebbero ancora candidamente pensare che a Tel Aviv l'Africa non interessi e non vi siano sue responsabilità nelle varie e ripetute crisi regionali interne che l'attraversano. Si tratta della famosa "strategia dell'alleanza di periferia", elaborata sin dai primi anni di vita dell'allora giovanissimo Stato di Israele, secondo cui andava praticato un "divide et impera" nei confronti dei paesi e popoli musulmani dal Medio Oriente all'Africa (ovviamente, con un occhio all'antico e mai negato sogno della "Grande Israele", estesa "dall'Eufrate al Nilo" come descritta nel libro della Genesi), così da consolidare su ampia scala la sicurezza e l'egemonia di Tel Aviv. Quella strategia puntava a far perno su paesi e/o forti minoranze non musulmane per rompere l'unità dei popoli musulmani, e far sì che mai fossero uniti. Il Libano, con le sue tante divisioni settarie, potrebbe raccontare qualcosa di quelle sporche speculazioni, che ha subito in passato e subisce tuttora, e così potrebbero la Siria, l'Iraq, e tanti altri ancora.
Naturalmente, è una strategia che negli anni ha dovuto conoscere anche dei forti aggiustamenti e variazioni: ad esempio, in passato l'Iran per Israele era un alleato chiave, ma dopo la detronizzazione dello Scià divenne un nemico assoluto. L'Iran monarchico non era soltanto il perno più orientale di quella strategia (essenziale pure per guardare ancora oltre, dal Pakistan all'Afghanistan), ma anche un importante partner d'affari in altre scorribande in terra d'Africa, come il famigerato "Safari Club". Così era chiamata una non meno diabolica alleanza informale tra governi ed agenzie d'intelligence americana, inglese, francese, israeliana, iraniana, ecc, che insieme ad altri paesi politicamente più o meno affini (come il Portogallo del regime di Caetano, quello ante-Rivoluzione dei Garofani, ecc) mirava a sovvertire la rotta dei movimenti africani che lottavano per l'indipendenza politica e l'emancipazione economica dei loro paesi. Naturalmente la contropartita predatoria, economica e non solo, era uno dei premi (ma non certo l'unico) a cui tale "alleanza" ambiva. Del resto, non diversamente avviene oggi, dalla RD Congo al Sahel, fino al Corno d'Africa e al Sudan. Non soltanto l'oro o i minerali critici, ma anche il controllo di certe rotte logistiche dove si deciderà molto del futuro dell'economia globale (dal Mar Rosso al Nilo, dal Corridoio di Lobito al suo ampliamento verso Dar es-Salaam, ecc), tutto va a comporre un quadro che, agli occhi di Israele (come dei suoi partner), giustifica infiniti spargimenti di sangue. Si giunge così al cospetto di certi progetti (come l'IMEC) che la guerra all'Iran, col suo magro bilancio, ha reso meno alla portata per gli aggressori israelo-americani, che l'hanno avviata; ma la rassegnazione in loro, si badi bene, non ha ancora preso il sopravvento.
Qualcuno diceva che "Parigi val bene una messa". Anche Israele e i suoi partner potrebbero dire che "L'Africa val bene qualche strage, qualche sabotaggio interno, qualche crisi (come quella del Darfur, ed altre, che hanno creato divisioni in Sudan, e nella RD Congo, nel Corno d'Africa, nel Sahel, nel Maghreb, ecc)". Non vi è purtroppo nulla di nuovo in tutto ciò.



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