La guerra si decide in fabbrica: catene di approvvigionamento e crisi della potenza militare USA.
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Le catene di produzione, nella guerra di attrito che oggigiorno sembra dominare nel Golfo quanto in Ucraina, sono diventate un vera e propria quarta (anzi quinta) dimensione della guerra - le altre essendo le tre dello spazio e quella "astratta" della sfera informativa e cibernetica.
Secondo i dati basati sui rapporti del Pentagono al Congresso, la spesa bellica statunitense ha superato i 45 miliardi di dollari (38,4 miliardi di euro) in poco più di un mese. I costi giornalieri hanno infine raggiunto 1 miliardo di dollari (853 milioni di euro).
Eppure, la crisi più grave non risiede nella spesa, bensì nella produzione. La ricostruzione delle munizioni utilizzate nei soli primi quattro giorni richiede 92 tonnellate di rame, 137 chilogrammi di neodimio, 18 chilogrammi di gallio, 37 chilogrammi di tantalio, 7 chilogrammi di disprosio e 600 tonnellate di perclorato di ammonio, un componente fondamentale per i razzi a propellente solido.
Gli Stati Uniti dipendono da un'unica fonte interna per il perclorato di ammonio.
Allo stesso tempo, la Cina domina le catene di approvvigionamento globali, controllando il 98% della produzione di gallio, il 90% della lavorazione del neodimio e il 99% del disprosio.
La ricostruzione delle sole munizioni utilizzate nei primi quattro giorni richiederebbe decine di tonnellate di minerali critici e centinaia di tonnellate di propellente per razzi, vincolando qualsiasi sforzo di ripresa direttamente a queste catene di approvvigionamento limitate.
La potenza militare è ora legata a realtà geoeconomiche al di fuori del controllo di Washington, trasformando la ripresa industriale in una vulnerabilità strategica. Il rifornimento si scontra con le catene di approvvigionamento plasmate dai flussi globali di risorse che si collocano saldamente al di fuori della sfera atlantista.
La capacità di rigenerare i propri arsenali è diventata la criticità - o meglio una delle criticità - più pressanti per l'Egemone ai fini del mantenimento della propria precaria superiorità. Tutto questo mentre la "deindustrializzazione" è il trend più marcato dell'economia occidentale da quasi due decenni, problema solo tardivamente percepito dalle elites occidentali.
Fonte: https://www.facebook.com/asclepio.salus/posts/pfbid0rt4yVqu2vJpRyHddBXtMsTibEeFUYkJoZCfZZJHM6vkTozUHMoykL89nnr9Wdu8el?rdid=1wBEl9SDsYYnXbhX#



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