Tra concessioni e propaganda: il dietro le quinte dei negoziati USA-Iran.
- 2 giorni fa
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Stanno iniziando i colloqui tra Stati Uniti ed Iran, a ben precise condizioni fissate dal secondo come lo sbocco dei fondi iraniani all'estero, la tregua in Libano, il limite temporaneo di 15 navi al giorno per lo Stretto di Hormuz, e dietro pagamento di tassa di transito, e il divieto ad ogni ridispiego di forze americane nella regione.
Soprattutto i primi due termini, su cui gli Stati Uniti si mostravano, com'è noto, più riluttanti, sono stati ribaditi ancora ieri sera dal presidente del parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, come precondizione per l'avvio dei negoziati.
Alla fine, dopo aver cercato di tirare il più possibile la corda, gli Stati Uniti hanno accolto tutte le condizioni. Ciò era naturalmente ovvio, dato che già quando giorni fa avevano accolto il piano in 10 punti passato da Teheran col tramite di Islamabad, dopo aver implorato quest'ultima perché compisse pressioni sull'Iran per una tregua (e chissà le pressioni che contemporaneamente la Casa Bianca avrà fatto su Pechino, garante dell'accordo, come su Turchia ed Egitto, che ne sono partner ed osservatori, oltre che su altri paesi mediani come l'Oman), gli Stati Uniti ne avevano ben più che implicitamente accettato tutto il contenuto (dunque, non solo la tregua in Libano e lo sblocco dei fondi iraniani congelati all'estero, il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz in cogestione con l'Oman, con cui Teheran vi condivide la sovranità, il divieto al ritorno e al ridispiego di forze americane in tutta la regione, ma anche l'arricchimento dell'uranio, l'indennizzo all'Iran di tutti i danni commessi nel conflitto, impegni chiari a non scatenarne altre, la revoca di ogni altra sanzione, ecc).
Quel che abbiamo visto in questi giorni, con Trump e poi Vance che hanno cianciato negando che mai l'Iran avrebbe potuto riprendere l'arricchimento dell'uranio e che i negoziati non comprendessero il Libano, sono state soltanto le ultime (per il momento) sciocchezze di un'amministrazione sempre più nella merda, dinanzi ad immensi imbarazzi come, ad esempio, il fatto di non riuscire a dire di no ad Israele (problema non solo di quest'amministrazione, certo, poiché strutturale agli Stati Uniti, e ciò è pure peggio; ma è stata intanto questa amministrazione a dimostrarlo nella maggior gravità ai suoi cittadini, che dal 2023 hanno visto dai sondaggi mutare fortemente la loro opinione sulle guerre israeliane; oltre ovviamente al fatto di risultare molto più allineata a Tel Aviv di altre in precedenza), e poi la sempre più grave situazione economica e finanziaria interna, con inflazione e costi dei carburante in costante aggravio, o ancora il bilancio di un conflitto sempre più difficile da presentare come davvero trionfale. In sostanza, l'amministrazione Trump non poteva presentarsi ai suoi cittadini come "calabrache e sparapalle", dopo essersi vantata in tutti questi giorni di aver "spianato" l'Iran e che la missione era "accomplished", "compiuta".
Anche per questo motivo, complice pure la sua asserita incapacità nel frenare il prevaricante alleato-padrone israeliano, Washington ha dato disco verde alla sua ultima offensiva unilaterale in Libano, dove Israele ha approfittato del fatto che Hezbollah (al pari dell'Iran e di tutte le altre sigle dell'Asse della Resistenza) avesse dichiarato la tregua per riprendere i bombardamenti. Per Israele l'obiettivo era di guadagnare qualche ultimo vantaggio tattico, in extremis, per poi congelarlo all'interno di un accordo separato col Libano da firmarsi a Washington. Non appena Teheran ha ribadito il suo sostegno ad Hezbollah, e quest'ultimo ha ricominciato a rispondere al fuoco di Israele con lanci di missili sul nord del paese, la recita israeliana ed americana (costata la vita a 300 civili libanesi, oltre a 1100 feriti) è finita. Washington e Tel Aviv puntano ad un accordo separato col connivente governo libanese, a cui rifileranno l'onere di disarmare Hezbollah, che alle forze israeliane non è riuscito (persi 150 carri armati Merkava, e 180 veicoli militari di altro genere, oltre ai morti e ai feriti, ai problemi crescenti nelle turnazioni, ecc) tanto che hanno dovuto dichiararne ufficialmente l'impossibilità. Va da sé che sia un accordo del tutto teorico, giacché l'esercito libanese, peraltro ben più piccolo e meno armato dell'israeliano, appare ben al di sotto di una simile capacità; senza contare che i suoi vertici si oppongono fermamente, scontrandosi col governo del premier Nawaf Salam e col presidente Joseph Aoun, espressione delle milizie settarie filo-francesi e filo-israeliane (già il loro passato la dice lunga).
Sarà un po' come quel che dovrà fare l'autorità designata dal Board of Peace a Gaza, incaricata di disarmare Hamas che, alla pari delle altre sigle presenti nella Striscia, non intende però per alcun motivo cedere le armi finché non vi sarà una pace chiara e definitiva: e, poiché quest'ultima non è nelle reali intenzioni delle controparti israelo-americane, ne deriva che tale obiettivo non si raggiungerà mai.
Senza contare che quell'autorità non ha alcuna capacità nel compiere un disarmo che le stesse forze israeliane non sono state in grado di ottenere: pertanto, come ciò l'abbiamo già visto a Gaza, così ora lo vedremo anche in Libano. Hezbollah non cederà un solo proiettile ad un esercito che, peraltro, neppure intende chiederglielo, vicino com'è già ora vicino al ritenere il suo stesso governo, casomai, da "disarmare" in quanto ben poco patriottico.
Ma intanto Washington e Tel Aviv daranno a questo accordo col Libano (che non è con Hezbollah, va da sé), come in precedenza fu per quello che battezzò il Board of Peace a Gaza, una piena enfasi mediatica, proprio per coprire il per loro non proprio positivo esito dei negoziati di Islamabad. Dove hanno dovuto accettare tutto, per quanto qua dicano il contrario, trovandosi così ora con l'imbarazzo di non potersi presentare ai loro cittadini, e al mondo, per quelli che invece sono: calabrache e sparapalle.



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