Droni, Baltico e deterrenza nucleare: cosa sta cambiando nella guerra
- 17 mag
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UCRAINA E RISCHIO NUCLEARE - Droni, Baltico e crisi di Kiev, lo scenario che fa tremare l’Europa
In Ucraina (e in Europa) la situazione è esplosiva. Putin potrebbe attaccare a fondo e qualche suo consigliere lo spinge a usare le armi nucleari
Dopo la crisi Iran-USA, è quasi una guerra dimenticata. Ma in Ucraina stanno maturando situazioni pericolose. C’è qualcuno, osserva Marco Bertolini, generale della Brigata Folgore e comandante di numerose operazioni speciali in Libano, Somalia, Kosovo e Afghanistan, che prospetta scenari in cui l’Europa verrebbe coinvolta nel conflitto, con il Mar Baltico a fare da miccia per una situazione esplosiva.
E in Russia qualche consigliere (inascoltato) di Putin propone addirittura il ricorso alle armi nucleari. Un contesto particolarmente rischioso per il continente europeo, nel quale diversi Paesi sono in situazioni critiche o chiedono di riaprire il dialogo con i russi. Insomma, la situazione ideale perché succeda qualcosa, che sia un attacco russo risolutivo o un cambio al vertice in Ucraina per sostituire Zelensky, indebolito dalle inchieste sulla corruzione in cui sono coinvolti i suoi collaboratori.
Il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov ha preannunciato un confronto tra il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e il segretario di Stato USA Marco Rubio. La realtà della guerra, però, è che si stanno intensificando le operazioni militari, come dimostrano le centinaia di droni su Kiev e Odessa: cosa sta succedendo?
Dopo la tregua di tre giorni che Trump è riuscito a intestarsi, la guerra è ricominciata con un attacco massivo di droni e missili russi che ha colpito Kiev e la città di Zaporizhzhia, accompagnato da altrettanto significativi attacchi ucraini a impianti russi come quello di Ryazan, che ha provocato una nube tossica con una pioggia oleosa su tutta l’area circostante. Sul campo la situazione non è cambiata più di tanto. I russi si trovano alle porte di Sloviansk e di Kramatorsk, due punti nevralgici, perché aprirebbero al controllo di tutto il Donbass, anche se per conquistarli dovrebbero mettere in conto molte perdite.
C’è qualche elemento di sostanziale novità?
L’impressione è che ci sia una specie di situazione di attesa da entrambe le parti. In Russia c’è la tentazione di togliersi i guanti, con la spinta di personaggi come Karaganov (presidente onorario del Consiglio per la Politica Estera e di Difesa, nda), che vorrebbero un intervento più risolutivo, prospettando addirittura l’uso di armi nucleari contro l’Ucraina e ipotizzando attacchi ai Paesi nei quali vengono ospitate le produzioni dei sistemi d’arma utilizzati dall’esercito di Kiev. Sarebbe molto pericoloso, perché coinvolgerebbe in maniera diretta l’Europa, anche se credo che non avverrà, perché Putin è meno radicale di quanto lo siano i suoi consiglieri.
Anche l’Ucraina è in una fase di attesa?
Zelensky si sente isolato. C’è il ritorno di fiamma dell’ultimo scandalo di corruzione, che ha coinvolto il suo ex braccio destro ed ex socio in affari Yermak, in una situazione che vedrebbe coinvolto l’ex ministro della Difesa ucraino Umerov: credo che il presidente ucraino senta avvicinarsi una possibile azione diretta nei suoi confronti.
Le operazioni belliche, comunque, intese come avanzamenti, sembrano rallentate. È così?
La guerra ormai non è solo di penetrazione del territorio: la presenza dei droni ha cambiato molte cose; consentono soprattutto a chi si difende di colpire meglio le linee nemiche. Ma tutto è dovuto all’attesa di un cambiamento, anche da parte di Trump, che fa l’incendiario in Medio Oriente, minacciando pesanti rappresaglie, e il pompiere in Europa.
Putin ha concesso il passaporto russo a chi abita in Transnistria e qualcuno ha pensato alla necessità, per lui, di arruolare sempre più soldati. Ammesso che sia così, perché ha sempre bisogno di nuove forze? Sta anche accusando il colpo delle incursioni ucraine sul suo territorio?
Gli ultimi interventi ucraini hanno fatto più male ai russi di quanto pensassero. Ed è per questo che personaggi come Karaganov arrivano a pensare alle armi nucleari. Putin, invece, ripeto, sta aspettando che cambi qualcosa dal punto di vista politico. In questo contesto bisogna ricordare le affermazioni di Zelensky, secondo il quale Mosca avrebbe stilato un elenco di obiettivi da colpire, tra cui alcuni che lo riguardano, come il Palazzo Presidenziale.
Lui risponde che lì c’è un bunker a 95 metri di profondità che non può essere distrutto se non con un’arma atomica. Questo, però, farebbe pensare a un’offensiva terrestre contro Kiev, passando anche dalla Bielorussia. Quanto alla Transnistria, il discorso è un altro.
Quale?
La presidente della Moldavia, Sandu, ha detto che, in caso di referendum, lei voterebbe per l’annessione alla Romania. Putin, concedendo il passaporto russo, vuole sottrarre la Transnistria alla possibilità di fare la stessa fine. La Romania è un Paese NATO nel quale, tra l’altro, il governo filoeuropeo è appena entrato in crisi.
Perché pesa così tanto per Zelensky l’inchiesta sulla corruzione?
L’Occidente non l’ha cavalcata più di tanto, ma lui sente che anche per questo non può più spingere per gli aiuti come prima. Gli dicono che il suo destino è entrare in Europa, ma vogliono le riforme, che lui non può fare, a meno di perdere capacità di leadership. Il regime in Ucraina non è democratico, anche per forza di cose, perché è un Paese in guerra; resta il fatto, tuttavia, che lui non può incrinare la propria autorità proprio in un momento come questo. Vedo una grande difficoltà politica da parte di Zelensky e una stanchezza palese anche da parte della Russia nei confronti della guerra: siamo nelle condizioni migliori perché succeda qualcosa.
Cosa?
Un’azione risolutiva russa oppure un cambiamento politico al vertice dell’Ucraina, non lo possiamo prevedere.
La ripresa delle trattative no?
Le affermazioni di Putin sulle trattative e sulla possibilità di una mediazione con l’Europa guidata dall’ex cancelliere tedesco Schroeder facevano parte della risposta data a un giornalista; in realtà, la sua posizione non è cambiata per niente. Le trattative le ha sempre auspicate, anche all’inizio.
Uno degli scenari possibili parla di un coinvolgimento diretto dell’Europa. Può essere il Mar Baltico il casus belli?
Il Mar Baltico è un “lago” NATO sul quale si affacciano Kaliningrad e San Pietroburgo e può essere teatro di molti incidenti, soprattutto per sconfinamenti degli aerei in volo, che potrebbero essere sfruttati per innalzare la tensione. Recentemente è successo che l’Ucraina abbia utilizzato lo spazio aereo polacco e di altri Paesi per andare a colpire San Pietroburgo.
E, nel fare questo, ha provocato un incidente che in Lettonia ha causato prima l’allontanamento del ministro della Difesa e poi addirittura una crisi di governo, col primo ministro che si è dimesso. Se si tornasse a usare lo spazio aereo dei Paesi baltici per attaccare la Russia con i droni, chi spinge per l’escalation, da parte russa e da parte europea, potrebbe sfruttare l’occasione per alzare il livello delle operazioni.
L’Europa sottovaluta il problema?
In Europa sono in atto cambiamenti politici da non sottovalutare. Il primo ministro della Finlandia, appena entrata nella NATO, dice che bisogna parlare con la Russia, e lo stesso sostengono Austria, Slovacchia e Repubblica Ceca. In Ungheria non c’è più Orbán, però Magyar dice che il suo Paese ha bisogno del gas russo.
In Romania, con i magheggi che abbiamo visto, si è insediato un governo filoeuropeo, mentre in Bulgaria è stato adottato l’euro contro il volere popolare. Nell’Europa occidentale Germania e Francia non sono messe bene. E nella NATO c’è una divisione tra europei e americani. Una situazione esplosiva, in cui il detonatore è la guerra in Ucraina, che non si è voluto disinnescare precedentemente.
intervista di Paolo Rossetti al Generale Marco Bertolini



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