Trump minaccia la guerra, ma Teheran non arretra
- 14 mag
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TRUMP IN UN VICOLO CIECO - “Ha 3 soluzioni possibili, i conservatori non aiutano, dovrà affidarsi a Xi”
Parte dei repubblicani spinge Trump ad attaccare l’Iran. Lui non vuole ma è in un vicolo cieco. Per uscirne deve cambiare il modo di trattare con Teheran
Molti, come il senatore Lindsey Graham, lo consigliano di tornare a bombardare, ma ci sono altri conservatori che hanno capito gli errori commessi dal loro presidente. E Trump sa che nella guerra in Iran sarebbe meglio una soluzione diplomatica, senza tornare a sparare. Il problema, però, osserva Andrew Spannaus, giornalista e analista della politica americana, autore del podcast That’s America, è che si è messo in un vicolo cieco, dal quale non sa come uscirà, anche perché il suo metodo di negoziazione si basa sulle minacce nei confronti di Teheran, che finora non sembra intenzionata a cedere.
Ecco allora che, pur non voluta, torna l’opzione militare. Trump paga anche il fatto di non aver spiegato davvero agli americani perché ha attaccato l’Iran e deve fare i conti con l’aumento del prezzo della benzina e ora anche dell’inflazione, balzata a 3,8% ad aprile. La soluzione alla crisi potrebbe suggerirla Xi Jinping nell’incontro previsto in questi giorni a Pechino, ma ci sarà un prezzo da pagare. Intanto l’Iran annuncia che in caso di guerra arricchirà l’uranio al 90%, soglia per l’uso militare.
L’ultima cosa che Trump ha fatto prima di partire per la Cina è incontrare i militari e il team di sicurezza nazionale per valutare se riprendere la guerra in Iran. È un’eventualità che sta prendendo in considerazione oppure in realtà non ci vuole ancora arrivare?
Trump ha un grande problema, si è posto degli obiettivi che non riesce a raggiungere. L’Iran, con il suo atteggiamento, può creare problemi economici a buona parte del mondo e se non si ottiene un accordo il presidente americano rischia di perdere la faccia. Ci sono diverse fazioni intorno a Trump, una delle quali lo spinge a riprendere i bombardamenti per un paio di settimane, per colpire quello che rimane della capacità militare iraniana per poi minacciare o invadere davvero l’isola di Kharg. Chi spinge in questa direzione non sono tanto i militari, ma alcuni consiglieri intorno a lui. Trump sa che non sarebbe una buona scelta, ma se non trova altro modo per uscire dalla situazione potrebbe succedere anche questo.
Quali sono le alternative?
Ci sono tre possibilità: la prima è dichiarare vittoria anche se non si è vinto, ma qui bisogna accettare un accordo diplomatico con l’Iran anche se non si sono raggiunti gli obiettivi. Trump perderebbe la faccia, ma eviterebbe di continuare con la guerra. Altrimenti potrebbe proseguire la guerra come prima, senza ottenere grandi successi, oppure potrebbe ordinare attacchi molto più pesanti, danneggiando considerevolmente l’immagine degli USA.
Guerra più pesante cosa significa, colpire le infrastrutture del Paese?
C’è chi vorrebbe entrare nel Paese e cercare di distruggere altri impianti nucleari e militari. Sarebbe un azzardo enorme. Netanyahu propone di andare a prendere l’uranio arricchito, un’idea non molto realistica, ma sul piatto c’è anche questo.
Chi consiglia Trump di riprendere la guerra?
Vance sicuramente non è favorevole. Anzi, era contrario a intraprendere quasi tutte le operazioni militari. Però dice la sua e poi mantiene la linea dell’amministrazione. Ci sono, invece, persone come il senatore Lindsey Graham che ha spinto molto per la guerra, consiglieri esterni, personaggi come Marc Thiessen, neoconservatori non riformati, secondo i quali la soluzione è tornare alle bombe.
È la vecchia ricetta neocon?
Mista con qualche contenuto MAGA, come nel caso di Hegseth, segretario della Difesa. La cosa più interessante è che molti conservatori riconoscono invece l’errore in cui si è cacciato Trump, perfino altri repubblicani ex neocon o neoconservatori.
Il Qatar, coinvolto nella mediazione con l’Iran, accusa Teheran di ricattare i Paesi del Golfo. Trump tiene conto anche delle esigenze di questi Paesi e della possibilità che gli iraniani colpiscano i loro depositi petroliferi?
Trump deve tenere conto per forza di queste ripercussioni. L’Iran ha già detto che se dovesse riprendere la guerra tornerebbe a colpire le infrastrutture energetiche nel Golfo. Il che spaventa i Paesi dell’area, ma anche gli Stati Uniti. Il problema è che il presidente americano si è messo in un angolo da solo e deve convincere l’Iran a muoversi dalle sue posizioni.
Xi Jinping gli darà una mano in questi giorni?
Xi Jinping ha in mano una grandissima carta, quella di essere amico dell’Iran. Ha dimostrato di non temere le minacce USA, perché quando Trump ha minacciato sanzioni ha detto alle società cinesi di non interrompere la cooperazione con Teheran. Per la Cina è meglio la stabilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz, però non è così urgente da cedere alle richieste di Trump. Piuttosto Xi chiederà qualcosa in cambio. Tendenzialmente in questo vertice non è interessato a parlare dell’Iran, vuole riportare Trump sulla strada di una cooperazione utile e fruttuosa in ambito economico, ma per raggiungere questo obiettivo potrebbe utilizzare la carta del rapporto con gli iraniani.
Un sondaggio pubblicato dalla Reuters dice che due americani su tre ritengono che Trump non abbia spiegato quali sono i motivi della guerra all’Iran. È questo il sentiment dell’America rispetto al conflitto?
Prima di lanciare l’attacco non ha spiegato un bel nulla. Questa è un’anomalia nella storia, anche recente: se pensiamo alla guerra in Iraq nel 2003, George W. Bush ha fatto di tutto per giustificare internamente la guerra. E anche al resto del mondo. Trump non lo ha fatto e infatti il suo consenso è sceso. Tra lui e Rubio hanno offerto una serie di motivazioni poco convincenti.
Si è formata un’opinione comune sul perché ha deciso la guerra?
Molti direbbero per distrarre dagli Epstein files. Trump fa riferimento al programma nucleare iraniano e quelli che credono alle sue parole accettano questa spiegazione. Ma si tratta di una minoranza. La spiegazione che parla della volontà del presidente di dimostrare che è un leader forte, capace di schiacciare i nemici è più credibile.
Nello stesso sondaggio si diceva che per il 63% degli americani le famiglie hanno risentito dell’aumento del prezzo della benzina e che la loro situazione finanziaria è peggiorata. Quanto conta questo elemento nella decisione che prenderà Trump sull’Iran?
Per la società americana conta tantissimo. Anche il dato di oggi parla di un aumento significativo dell’inflazione. Trump sa benissimo che questo lo danneggia, ma torniamo al punto di prima: si è messo in una situazione senza una via d’uscita. È evidente a tutto il mondo, e in modo particolare a Teheran, che la pressione della popolazione e dei politici repubblicani su Trump è alta. Anche per questo l’abbiamo visto meno aggressivo nell’ultimo mese, nella speranza di trovare una quadra. Solo che ha fatto male i conti.
Ma come orientamento in Trump prevale il negoziato o la guerra?
Da più di un mese prevale la via diplomatica, pur senza progressi significativi. Trump ha rinunciato più volte a tornare all’azione militare. Il problema è il suo modo di trattare: chiedere la luna, minacciare l’inferno e sperare che l’altra parte ceda. Quando l’altra parte non cede, anzi, si sente più forte oggi rispetto a prima, si crea un grosso problema, che rende vulnerabile il presidente USA.
intervista di Paolo Rossetti a Andrew Spannaus



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