Xi avverte Trump: ‘Taiwan può portarci alla guerra
- 17 mag
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Trump in Cina: i nodi Iran e Taiwan
Il gioco è chiaro: Israele percepisce l'influenza cinese in Medio oriente come una minaccia. Così pone criticità al Regno di mezzo sostenendo Taiwan, soprattutto nel campo militare.
La visita di Trump in Cina apparentemente non ha cambiato nulla, al di là di qualche accordo commerciale necessario al presidente Usa per vantare un successo. La querelle Iran, al momento la più importante, è stata affrontata nel segreto, così che si conoscono solo le dichiarazioni postume di Trump su una convergenza con la Cina per un Iran senza atomica e sul libero transito per lo Stretto di Hormuz (il resoconto cinese è molto più generico).
Al di là dell’intesa verbale tra i due presidenti sulla necessità di attutire le conflittualità, resta il durissimo monito di Xi su Taiwan, controversia che, ha dichiarato, potrebbe portare a uno scontro tra le due potenze. Ha chiesto, cioè, di evitare di continuare a rafforzare le difese dell’isola e di sostenere le forze indipendentiste.
Di per sé l’amministrazione Trump si era di fatto disinteressata del dossier Taiwan, centrale durante l’amministrazione Biden, fino a quando non è entrata in gioco una variabile impazzita. Lo scorso ottobre, infatti, l’AIPAC, la più importante lobby ebraica americana, sbarcava per la prima volta sull’isola per una visita di alto significato geopolitico, tanto che poco dopo il Congresso Usa, sul quale l’AIPAC ha grande influenza, approvava l’invio a Taipei di 11 miliardi di dollari in armamenti.
La lobby filo-israeliana si era mossa evidentemente per conto di Tel Aviv, come dimostravano le dichiarazioni del presidente taiwanese Lai Ching-te che, sottolineando l’eccezionalità dell’evento, parlava di Israele come un “modello” di sopravvivenza e deterrenza e, a proposito del confronto Taipei-Pechino, lo declinava attraverso il biblico duello tra “Davide e Golia“. Infine, annunciava il varo di un sistema di difesa in stile israeliano, il T-Dome, nome mutuato dall’omologo Iron Dome.
Non solo le armi. Il cordiale rapporto a distanza coltivato fino a quel momento tra Taipei e Tel Aviv da allora è diventato più stretto. Tanto che a settembre sbarcava a Taiwan l’esponente politico israeliano Boaz Toporovsky e, a dicembre, il viceministro degli esteri taiwanese François Wu si recava in Israele per un incontro riservato.
Inutile dire che l’attivismo israeliano ha suscitato l’irritazione di Pechino, che agli inizi di questo mese si è fatta sentire alta e forte a seguito dello sbarco a Taiwan di una delegazione israeliana guidata dal parlamentare ed ex presidente della Knesset Mickey Levy.
Irritazione comunicata tramite l’ambasciata cinese in Israele, la quale ha dichiarato che non si “possono oltrepassare le linee rosse sulla questione di Taiwan senza pagarne le conseguenze” e che la visita ha “minato seriamente le fondamenta politiche delle relazioni sino-israeliane”.
Il gioco geopolitico è chiaro: Israele percepisce l’influenza cinese in Medio oriente come una minaccia, dal momento che sostiene i Paesi mediorientali che intende subordinare a sé o, nel caso dell’Iran, incenerire. Così pone criticità al Regno di mezzo sostenendo Taiwan, in particolare nel campo della difesa, che Taipei sta implementando a vari livelli, anzitutto quello tecnologico (settore in cui Israele eccelle).
Un sostegno sottotraccia, come dimostra il livello non troppo alto della delegazione inviata a Taipei, per evitare una rottura drastica col Dragone col quale vuole comunque conservare i rapporti. Rottura che non vuole neanche la Cina, come denota il fatto che la sua irritazione non è stata comunicata attraverso figure governative.
Resta, però, la spinta di Israele e dell’influente AIPAC ad alimentare la dialettica tra Pechino e Taipei, che corre in parallelo alle pressioni in tal senso di una parte del potere americano; pulsioni attutite sotto l’amministrazione Trump, ma non per questo svaporate. Covano sotto la cenere, pronte a riemergere con prepotenza.
Tali iniziative mettono in discussione il principio China One – l’unica Cina di Pechino e Taiwan, che è parte fondamentale della politica estera del Dragone – e logorano il lavorìo di lungo corso del Dragone per riportare a pieno titolo l’isola nell’ecumene imperiale.
Un impegno che ha conosciuto un picco con la visita di aprile di Cheng Li-wun, leader del Kuomintang (partito di opposizione che persegue il dialogo con Pechino) nella Cina continentale, la prima volta che un presidente del KMT sbarca nel Regno di mezzo.
La successiva visita della delegazione israeliana, cui ha fatto seguito l’approvazione di un pacchetto di armi statunitensi per 25 miliardi di dollari da parte del parlamento taiwanese, ha di fatto frenato questo ravvicinamento. Ed è probabilmente questo contrasto alla base del duro monito di Xi su Taiwan; per segnalare, appunto, come il pericolo non sia passato.
La famosa trappola di Tucidide richiamata nell’occasione da Xi – che vede l’inevitabile conflitto tra una potenza in ascesa e una in declino – non appartiene al passato e ha in Taiwan un punto focale.
Xi sa perfettamente di cosa parla. Lo ha spiegato Graham T. Allison, docente di scienze politiche presso la Harvard Kennedy School, al quale si fa risalire tale concetto, in un’intervista al Global Times del 2020: “Il motivo per cui Xi parla così spesso della trappola di Tucidide – e della necessità di evitarla – è perché ha studiato la storia”.



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